Quanti di noi sarebbero naufraghi senza speranza in una notte atlantica, senza le voci che si levano e ci chiamano dai libri.Guido Ceronetti
Éntula

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Quan­do le nar­ra­zio­ni le fan­no i pub­bli­ci­ta­ri: Ich­nu­sa

La bir­ra Ich­nu­sa, pre­sun­to sim­bo­lo del­la sar­di­tà da be­re, è uno dei fal­si nar­ra­ti­vi più in­te­res­san­ti de­gli ul­ti­mi cen­to an­ni. Co­me nei gior­ni scor­si han­no fat­to no­ta­re gli ami­ci del fo­rum Con­chi­dor­tos, “la fe­no­me­no­lo­gia del­la Ich­nu­sa, la bir­ra sar­da per an­to­no­ma­sia, ap­par­tie­ne al fi­lo­ne del­la nar­ra­zio­ne del mar­ke­ting co­lo­nia­le” e ha fun­zio­na­to tal­men­te be­ne che an­che in Sar­de­gna la Ich­nu­sa vie­ne con­si­de­ra­ta da tut­ti una bir­ra sto­ri­ca. Ma co­sa si in­ten­de esat­ta­men­te per “sto­ri­ca”? L'Ir­lan­da pro­du­ce bir­ra in ca­sa da 2500 an­ni e in­du­strial­men­te da non me­no di tre se­co­li (la Guin­ness fu fon­da­ta nel 1735). La Ger­ma­nia ha più di 5000 bir­re di­ver­se, pra­ti­ca­men­te ogni cit­tà ha la sua. Il fa­mo­so edit­to del­la pu­rez­za del­la cit­tà di Mo­na­co, il pri­mo ten­ta­ti­vo di di­sci­pli­na­re di pro­du­zio­ne del­la sto­ria d'Eu­ro­pa, è del 1485. La Gran Bre­ta­gna ha una tra­di­zio­ne bir­ra­ia che du­ra da se­co­li, con mi­glia­ia di eti­chet­te e una fi­lie­ra com­ple­ta­men­te lo­ca­le. La bir­ra Ich­nu­sa in­ve­ce esi­ste ap­pe­na dal 1912, il che ov­via­men­te non esclu­de che i sar­di an­che pri­ma si pro­du­ces­se­ro in ca­sa be­van­de fer­men­ta­te, ma di­mo­stra che la nar­ra­zio­ne del­la bir­ra co­me pro­dot­to ti­pi­co na­zio­na­le è mol­to più re­cen­te di quan­to di so­li­to si sia di­spo­sti a cre­de­re in Sar­de­gna.

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Magnifica ossessione: frecce, bambini e capre

keiraGiuseppe ci ha scoperti. Seduti sul cordolo del marciapiede vediamo Ivo acquattato dietro un’auto: è facile nascondersi di notte, i padelloni da trenta candele rischiarano appena la strada. Appena Giuseppe si allontana diamo un cenno e Ivo scatta come una cavalletta a urlare «Salvi tutti!».
Sono io a salvare Giuseppe da un altro trenta-trentuno-non-conto-più-a-nessuno: siamo accaldati, propongo di entrare a casa di nonna, lì davanti, a bere un po’ d’acqua. Sulla soglia, sedute a su friscu con il vicinato, mamma e nonna ci danno il permesso, assieme alle solite raccomandazioni di bere piano e non dalla bottiglia, chiudere subito il frigorifero, magari lavatevi prima le mani, no?
Impegnati a scegliere in un cucinino quali delle disposizioni precedenti scansare, sette bambini fanno quasi pollaio. Ma non abbastanza da non sentire qualcosa dal soggiorno lì accanto: come il richiamo di un corno da caccia che ci zittisce per un attimo. Ci affacciamo mentre quelle lunghe note si dissolvono in una musica epica. Lo sguardo fisso di mio zio guida il nostro al televisore, e la melodia accompagna immagini di cavalli, boschi, armature, battaglie, castelli. Lo zio fa cenno di stare zitti e sedere. Lo facciamo mentre una scritta riempie lo schermo: La freccia nera. Lì mi si spezza il fiato, balzo in piedi e strepito «Ma io lo sto leggendo!», in un lampo salgo in camera, prendo un libro e plano sulla sedia in cucina. Lo zio mi fulmina con gli occhi, metto il libro sotto il culo e terminati i titoli di testa inizia la prima puntata.

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